Il sintomo psicosomatico. Quando la malattia ha un’origine psicologica
20/12/2009

La Psicosomatica è quella disciplina che si colloca a metà strada fra la medicina e la psicologia. Il suo assunto di base è che “i fenomeni somatici e i fenomeni psicologia sono due diversi aspetti della stessa realtà. Il corpo e la mente sono funzionalmente identici: quello che succede nella mente si riflette nel corpo, e quello che succede nel corpo ha effetto anche sulla psiche. Ne deriva che “mente e corpo si influenzano reciprocamente, sempre, anche se l’individuo non ne è consapevole”.
Il termine “psicosomatica” sembra facilmente comprensibile: si riferisce a qualcosa che è composto da elementi psichici e da elementi somatici.
Somatico o “corporeo” sembra anche assai semplice da capire.- si riferisce a ciò che è accessibile o conoscibile attraverso il corpo e gli organi di senso. In genere pensiamo soprattutto a qualcosa che “si tocca con mano”.
Riflettendo tuttavia le cose non sono cosi semplici.
In primo luogo quando si “tocca”, il solo contatto non costituisce di per sé un’esperienza sensoriale significativa; lo diventa se il contatto è accompagnato dalla consapevolezza dell’aver toccato, e questa consapevolezza appartiene al mondo psichico.
Si può allora concludere, in accordo con Bertrand Russel, che “l’unica esperienza diretta che noi abbiamo del mondo è quella psichica”, poiché la dimensione fisica senza consapevolezza non offre alcuna possibilità di fare esperienza.
Dunque ci troviamo nella paradossale situazione che per avere ed esprimere l’esperienza di ciò che è somatico, corporeo, abbiamo bisogno di utilizzare uno strumento non fisico: l’esperienza psichica della percezione; e per avere consapevolezza di questa esperienza psichica utilizziamo l’esperienza somatica del respiro, da cui deriva il termine psiche.
Psichico è l’aggettivo corrispondente a Psichè, che in greco significa respiro o fiato mentre in latino è l’equivalente di spirito, che viene da spirare, cioè respirare.
La conclusione che possiamo trarne è chiara: la dimensione fisica dell’essere umano è strettamente connessa con la dimensione psichica.
La psicosomatica nasce concettualmente circa 2500 anni fa, e precisamente con il filosofo Anassagora che, tra il 500 e il 428 a.C. introdusse la distinzione tra i due elementi “soma” e “psiche”.
Tale dualismo fu mantenuto da Platone (427-347 a. C), ripreso ed elaborato da Aristotele (384-322 a.C.) secondo il quale “t’anima (0 psiche) conferisce la forma al corpo” (da cui prende spunto l’attuale Bioenergetica secondo cui dalla “lettura corporea” si possono trarre sufficienti informazioni sulla dimensione psicologica di una persona).
La filosofia aristotelica si assicurò il predominio durante il Medioevo grazie a Tomaso D’Aquino.
In seguito la tendenza a considerare soma e psiche due elementi distinti ma appartenenti a un unicum chiamato “persona” è stata consolidata a partire dal XVI secolo, da Hobbes (1588-1679), da Locke (1632-1704), da Berkeley {1685- 1753), da Hume (1711-1776) e da Mill (1806-1873); infine nel XIX secolo il positivismo e il materialismo, il neopositivismo nelle sue diverse forme e derivazioni, hanno messo tutti nuovamente l’accento su questi due aspetti dell’essere umano.
Il termine “psicosomatica” viene introdotto per la prima volta nel 1818 dallo psichiatra Heinroth, col quale la visione dell’essere umano si sposta da un ambito filosofico ad un ambito prettamente medico: con Heinroth vengono gettate le basi per una modalità di interpretazione delle malattie secondo una visione più completa e più moderna.
Tuttavia il termine “psicosomatica” non compare nelle opere dei grandi medici di XIX secolo, sebbene in molti di loro il concetto fosse già presente. Scriveva, infatti, il medico Maudsley nel 1876: “Se l’emozione non si libera… essa si ritorce sugli organi, alterandone il funzionamento. Il dolore che riesce a esprimersi mediante gemiti e pianti è ben dimenticato, mentre l’afflizione muta, che rode incessantemente il cuore, finisce per spezzarlo”.
E nel 1898 il poeta tedesco Novalis affermava che “ogni malattia può essere considerata una malattia psichica”.
Venne poi l’epoca in cui s’impose il fascino delle grandi scoperte fisico-chimiche e batteriologiche: quella dei trionfi dell’anatomia patologica e della microbiologia nella seconda metà del XIX secolo, e della fisiologia e patologia nel XX. Se è vero che l’esperienza clinica aveva obbligato i medici a fare attenzione ai fattori emozionali e alle condizioni di vita del malato, è pur vero che tali aspetti rimasero sostanzialmente estranei alla sfera scientifica, poiché in realtà si riteneva che tali fattori fossero difficilmente apprezzabili in mancanza di una metodologia atta alla loro rilevazione.
Ne consegue che durante i primi decenni del secolo scorso tali problemi furono oggetto di studio solo da parte di gruppi scientificamente marginali, quella schiera iniziale di medici che, grazie a Sigmund Freud, cominciavano a occuparsi di Psicoanalisi.
Infatti, nel 1913 Federn presentò un caso di asma alla Società psicoanalitica di Vienna e nel 1923 Freud si dichiarava consapevole dell’esistenza, nelle malattie, di fattori psicogeni.
Proseguiamo ora con un’esposizione dei principali modelli interpretativi della psicosomatica elaborati a partire dalla psicoanalisi di Freud fino ai nostri giorni.
La trattazione dell’Analisi Bioenergetica richiede uno spazio molto ampio e dunque prevediamo di esporla in una prossima occasione.
In quest’articolo abbiamo cercato di esporre la storia della psicosomatica dai suoi albori agli anni ’30-’40 del secolo scorso e di offrire alcune fra le più significative ipotesi interpretative dalle quali si può concludere che il soggetto psicosomatico, a differenza del soggetto nevrotico o psicotico, presenta un’insufficienza, costituzionale o acquisita, di processi di mentalizzazione, ossia di elaborazione psichica dell’emozione attraverso il pensiero, sia intellettuale e cosciente sia immaginativo e fantastico. Presenta inoltre un’accentuazione del pensiero operativo, sempre rigidamente aderente alla realtà concreta e, dunque, incapace di vita fantastica.
Una vita vissuta prevalentemente in ossequio all’operatività e al dovere sociale, a scapito della dimensione fantasiosa e creativa di cui pur si è dotati, può indurre una sofferenza emotiva silente, perché negata alla consapevolezza, che si tradurrà inevitabilmente in sofferenza, e quindi malattia, fisica.